La svolta violenta della pubblicità sessista

3 min


Una nuova bufera mediatica si apre a causa di una foto di una presunta campagna pubblicitaria, pubblicata nella pagina Facebook di un negozio di calzature della provincia di Roma: Eredi Corazza. La foto ritrae una donna distesa sull’asfalto, jeans sbottonati, biancheria intima in mostra e stivaletti in pelle nera, nella didascalia:

“Un tributo a #‎BorisBidjanSaberi, nello scatto la zeppa in nappa nera firmata #‎Ixos

eredi carazzi

Uomini e donne si sono indignati per il forte stampo sessista, accentuato dal palese riferimento allo stupro del soggetto, e da qui la decisione di una serie di utenti di segnalare la campagna pubblicitaria. Altri invece, mostrano maggiore tolleranza e, non sentendosi offesi, commentano con un richiamo a critiche sottintese alle solite pubblicità ipersessualizzate (a proposito, date un’occhiata all’articolo “Quanto male ci fa la pubblicità“), protagoniste non soltanto di brand di moda ma anche di prodotti di vario tipo. Pensiamo alle donne eccitate per aver utilizzato un buon anticalcare o a quelle esaltate per l’arrivo di una consegna. Perché nelle campagne pubblicitarie si procede per banalizzazione: un messaggio semplificato, privato delle diverse sfumature per giungere immediato ad una più larga gamma di pubblico. In questo caso però, la Eredi Corazza sembra essere sprofondata in un grande flop, tanto che la stessa agenzia Ixos, produttrice delle scarpe fotografate, temendo di perdere un’ampia fetta di mercato, dichiara:

“Prendiamo con forza le distanze dalla pubblicazione delle foto in questione. Premettendo che chi ha pubblicato tale scatto lo ha fatto in totale autonomia decisionale e che non ha interpellato l’Azienda né prima né a pubblicazione avvenuta, ci teniamo a disocciarci completamente prendendo le distanze dalla scelta effettuata.[…]Per quanto ci riguarda, si tratta di una mancanza di tatto e di buon gusto che non corrisponde a nessuno dei valori a cui Ixos si ispira”.

 

Mentre la Eredi Corazza si pronuncia così:

“Prendiamo atto del fatto che la nostra immagine non sia stata apprezzata e affermiamo che sia stata mal interpretata.

[…] Allontanandoci, come ci è stato accusato, dall’unico bisogno di creare visibilità, la nostra ricerca ha basi culturali ben più solide, che rendono omaggio ai nomi sopra citati e si legano con stima ai grandi movimenti artistici e pubblicitari che hanno da sempre fatto la storia. Per questo motivo citiamo inoltre, senza essere troppi prolissi, “Hot” la mostra collettiva svoltasi a Milano a cura di #LucaBeatrice, come uno dei tanti esempi che ha analizzato con professionalità “il concetto di oscenità, che nasce con il moderno, quando l’opera d’arte entra in relazione con i mass media.”

In particolare l’impronta fotografica dello scatto ha alla base la fusione di: un pantalone di Saberi con cui sfilò nella sua ultima menswear e l’immagine della compagna pubblicitaria di #Solestruck con cui presenta al mondo la prima collezione di scarpe maschili con tacco.”

 

Una breve ricerca sullo stilista Boris Bidjan Saberi evidenzia le fonti di ispirazione della campagna: un mondo post-apocalittico dai connotati cyberpunk dedicato alla moda maschile. Così, ai miei occhi, quella foto ritraente un corpo androgino senza volto richiama un soggetto privo di sessualità femminile quanto maschile, e l’unica vera protagonista della foto rimane la violenza di un mondo post-apocalittico, che istintivamente associo alle tavole tetre e cupe di Ken il Guerriero e che, oggi, sembrano riaprirsi nelle pagine di cronaca dei quotidiani.

Questa foto, simbolo di una campagna pubblicitaria da condannare, ci ha dato così modo di discutere apertamente di un argomento di sensibilizzazione di massa, augurandomi che le stesse persone che si sono indignate siano ora più pronte ad intervenire attivamente in casi di femminicidio e omofobia; perché siamo tutti bravi a polemizzare dietro ad uno schermo ma meno capaci di agire quando è una donna in carne ed ossa a chiedere aiuto, nascondendoci spesso dietro la maschera dell’omertà e dell’ipocrisia.

 


Like it? Share with your friends!

Commenta

Commenti

Martina Delpopolo Carciopolo
digital museum addicted