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Confusioni progettuali?

Una cosa che mi è capitata frequentemente di riscontrare leggendo on-line commenti, opinioni e simili, è che chi si definiscedesigner molto, troppo spesso si definisce anche, in quanto progettista, artista. Ma cos’è l’arte e cos’è il design? A tal proposito un certo (leggasi l’ironia) Bruno Munari ci viene in aiuto con uno dei suoi testi più emblematici e importanti nel campo del design: “Artista e designer”. Prima di etichettarci e definirci dovremmo porci delle domande molto importanti sul nostro lavoro, su noi stessi, sui nostri obiettivi presenti e futuri. Come ad esempio: ”Voglio esprimere la mia individualità senza limiti? O voglio aiutare le persone in ciò che fanno?”; “Voglio creare un prodotto unico, oppure un prodotto serializzato?”. Queste sono solo alcune delle domande che dovremmo porci a monte di qualsiasi piano di futuro ipotizzabile. Ma quali sono le differenze reali e tangibili tra le due figure, in parole povere?

Artista: crea un prodotto unico, che ha un valore in quanto tale, o limitato in pochissime copie (grafica d’arte, sculture riprodotte in metalli e simili); non deve attenersi a nessuna regola precisa, gode della libertà d’espressione più assoluta, il suo lavoro è tanto migliore quanto più è unico. Il suo lavoro si basa sul gusto e sulla soggettività, l’importante non è trasmettere un messaggio chiaro o preciso, quanto suscitare emozioni e sensazioni muovendo le corde più intime e ataviche della nostra percezione.

Designer: crea un prodotto serializzato, industriale, che non ha un valore intrinseco in quanto presenti in molteplici copie (salvo rarissimi casi di volute tirature limitate che applicano un discorso a parte); deve attenersi a regole ben precise, che possono essere dettate dalle scienze della percezione, la fisica, la chimica e così via, basando il proprio lavoro su dei capisaldi assoluti, come la leggibilità, la vestibilità, la solidità, ecc. Non lavora per esprimere se stesso, o lo fa in una misura assolutamente minore e diversamente veicolata rispetto all’artista, visto che lavora nella maggior parte dei casi per committenti, che possono essere privati o aziende, che necessitano dei servizi da lui offerti. Mi piace molto citare, a tal proposito, questa frase:”Il designer è colui che risolve un’urgenza.”

                Questi sono i due estremi opposti, tra loro vi sono figure ibride dalle infinite sfumature, come gli artigiani 2.0 (vedesi tipografi che lavorano coi caratteri mobili, grafici calligrafi, jewelry designer e product designer che si dividono tra puro design e lavoro manuale), perché in verità arte e design non sono cose che si annullano a vicenda, ma che possono, entro certi limiti e in certi modi, coesistere e valorizzarsi vicendevolmente. Un progettista che ha una cultura artistica, un’ottima manualità nel fare o disegnare, ha un quid in più, un diverso e più critico modo di approcciarsi al proprio lavoro progettuale. Un artista che nasce come tale, ma che sente la necessità di buttarsi nel campo del design per un qualsiasi motivo dovrebbe prima compiere un atto di adattamento a questa nuova disciplina, comprendendo che non può più esprimersi in un certo modo, che ogni cosa che fa deve avere un senso e una funzione. Come ho già detto in altre occasioni, un design che manca di funzione è un pezzo d’arte (brutta perché nata male), ma non è assolutamente un pezzo di design. Esso è l’equilibrio tra forma e funzione, tra bellezza ed utilizzo. Nel momento in cui la funzione estetica prevale sulla sua natura funzionale, impedendola, il progetto muore e diviene inutilizzabile. Nel momento in cui la funzione abbandona l’estetica diventa un progetto puramente ingegneristico, a tratti sterile, appetibile molto meno di prima e il risultato è il medesimo. Fare il progettista è un lavoro molto difficile per qualsiasi campo, sottovalutarlo è sbagliato e subiamo ogni giorno questa svalutazione da parti di chi è “fuori” da questo “mondo”, che dovrebbe essere ben più tangibile e diffuso di quanto lo è ora. Credo che la confusione di ruoli sia dovuta ad una mancanza delle scuole di formazione di delineare bene i contorni di una e l’altra figura, le accademie in tal senso spesso non aiutano, visto che nella stessa struttura, assimilata ad una mancata o scorretta veicolazione di messaggi, risiedono realtà artistiche affini, ma differenti, che mal gestite creano confusione in tutti gli attori coinvolti in questa filiera di formazione. ­­

 

                Vi lascio col consiglio di leggere il meraviglioso libro di Munari di cui ho accennato nel testo, che amplia il discorso molto meglio di quanto potrei fare io, approfondendolo in certi aspetti.


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Studente di Graphic design, appassionato in tutto ciò che riguarda la progettazione, soprattutto nel campo della comunicazione grafica e della moda, senza mai dimenticare tutto ciò che concerne il mondo dell'arte e dell'illustrazione.