martedì, Agosto 16, 2022
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Kain is Mirko or Mirko is Kain?

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Ciao amici di roba da grafici!

Questa è un’intervista particolare. Intervisterò due persone. Un cartoonist e un Art director: Kain Malcovich e Mirko Di Francescantonio.

 

Ciao Kain. No, ciao Mirko. Ma ora chi sto intervistando? Sono confusa.

Bè, con noi. In genere quando prenoto un tavolo per due il cameriere mi guarda confuso come lo sei tu. Ma in genere telefona Mirko. Ok

 

Ciao Mirko allora… Inizi bene, con una laurea all’Università Europea del Design di Pescara nel 2002. Impagini, collabori, lavori, gavetti…. Cosa è successo in questi anni?

Una sorta di scalata ambiziosa nella mia testa di allora. Volevo imparare il mestiere. Lavorare innanzitutto sul fatto che io non fossi nessuno. Molti partono con l’idea di spaccare il mondo. Bè, è giusto, dovremmo spaccarlo tutti, ma per farlo devi imparare a prenderle per saperle dare. Sono partito da un posto che non aveva neppure un vero e proprio bagno. Sottopagato. A pranzo mangiavo panini al freddo. Già non c’era neppure lo scaldamento. Ma volevo impararare e soprattutto fare errori per poterlo fare. Quando mi accorsi che avevo preso tutto quello che potevo apprendere da quel posto me ne andai. Così saltellai da agenzie piccole a quelle un po’ più grandi a quelle ancora più grandi. Sempre con lo stesso criterio: impara tutto quello che puoi da quel posto e una volta spremuto tutto a livello di conoscenza vattene. Poi mi misi a lavorare da solo. E infine cambiai città.

 

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Foto: Gianluca Scerni

 

Dal 2009 lavori per una serie di aziende. Diventi anche art director. Cosa bisogna fare per diventare art director?

Avere la stima del cliente. Andare con lui a prenderti un caffè, farvi una passeggiata al parco. Fargli venire voglia di costruire, costruire qualcosa con te, e questo è difficile che accada se c’è un rapporto fatto solo di preventivi e fatture.

 

Quanto è importante aprire la partita Iva per un creativo? Tu l’hai aperta nel 2009…

Credo sia più importante per lo Stato che per me. Non ho una famiglia con moglie e figli da mantenere ma in compenso ho adottato dei politici. E’ a loro che vanno circa la metà dei miei sacrifici. E credo sia importante anche per una questione burocratica; le persone si fidano quando vedono quei numerini sul tuo biglietto da visita e sul tuo sito; è il timbro della tua professionalità. Ripeto, burocrazia e adozione a distanza.

 

È necessario frequentare l’Università Europea del Design per fare il graphic designer o credi si possano percorrere altre strade? Se si, quali?

Credo sia fondamentale frequentare una università a riguardo; fa la differenza tra te e il vicino di casa che si scarica Photoshop e dichiara di essere grafico. Ti da un approccio, una teoria che sottovalutiamo: ti dà l’esperienza di chi l’ha fatto prima di te e tu devi portarla avanti. Si chiama evoluzione della specie. Non conoscere queste cose si chiama rischio per te e il cliente.

 

Quali sono le migliori fonti di ispirazione per te?

Le passeggiate. E la musica.

 

Internet: tripudio di informazioni . Ha senso prendere ispirazione dalla rete?

No, non credo. Una volta un libraio mi disse: “Noi siamo quello che leggiamo”. Ora, se molto tempo lo impieghiamo leggendo cose sui social, allora noi siamo la cultura di noi stessi. Questo vuol dire, come starai vedendo, che tireremo fuori tutti delle idee simili. Ogni tanto accade: penso a una campagnia e qualcuno il giorno dopo la tira fuori dall’altra parte del mondo, senza che io ne avessi parlato con nessuno. Questo non è rubare né essere poco originali, ma attingere dalla stessa fonte. Ho deciso di limitare il mio tempo su internet quotidianamente a un 5 minuti la mattina e 15 la sera.

 

Cosa ti porta a seguire un certo percorso? Quanto c’entra il vissuto personale con le scelte di chi si occupa di immagine?

Bisogna entrare in simbiosi con il cliente. Credere in lui. Sapere che se non si riesce subito è perchè si sta imparando. Io credo nei clienti. So quanto vogliano farcela e allora la prendo sul personale: dobbiamo. Adoro la testardaggine.

 

Convincimi del fatto che diventare Art director non sia una cosa così figa.

Devi mettere d’accordo tante teste. A volte alzare la voce. Ti viene voglia di mollare tutto e andare via. Vieni bersagliato da chi voleva farlo al posto tuo. A volte è una lotta libera tra pavoni. Ti dici: “Potevo andarmene al cinema”.

 

Simpatica la sezione del sito dove racconti i “dietro le quinte” dei tuoi lavori. Ce ne racconti uno?

Con la Tognazza Amata. Ricordo che in quel periodo ci fu il terremoto in Emilia. Io abito a Bologna da sei anni e mezzo; mi alzai la mattina dopo la prima grande scossa scombussolato. Mi telefonò un vecchio amico e cliente; mi aveva detto che si era messo in società con Gianmarco Tognazzi, attore nonché figlio del grande Ugo.Ero in pantofole e stavo facendo il caffè il giorno dopo il terremoto e mi trovai a parlare al telefono improvvisamente con “Il figlio di Tognazzi”, io che ero cresciuto a pane e Amici miei, notando come somigliasse la sua voce dietro la cornetta a quella del padre. Curioso. Lavorammo al lancio dell’etichetta “La Tognazza amata”.

 

 

Scusami Mirko, adesso vorrei passare da Kain, sei d’accordo?

Facciamo pure.

 

Ciao Kain! Per l’esattezza sei Kain Malcovich. Ma come mai questo nome? Chi sei? 

Usa questo nome per mascherare le sue figuracce” disse una volta mio fratello. Bè, in parte è vero. Se hai bisogno di dire qualcosa talvolta hai paura di coinvolgere persone che ti stanno attorno. Funzionava finchè non si sapeva chi fossi. E poi quando scelsi il nome, molti anni fa, ascoltavo gruppi musicali e cantanti inglesi con nomi pazzeschi: Freddie MERCURY, Joe TEMPEST. Wow, ne volevo anche io uno così al posto del mio lungo cognome. E “Mirko” non mi piaceva come nome.

 

32 pubblicazioni! E mica son briscolette! Come fai a produrre così tanto materiale?

Non lo so. Sono “accadute”. Mi hanno chiamato e io mi ci sono buttato. Poi passa il tempo e ti accorgi che ne hai fatte un po’.

 

Come hai scoperto di avere la passione per i fumetti?

Io ho IMPARATO a leggere con i fumetti – della Corno. Quando alla scuola elementare mi insegnarono i primi rudimenti di lettura mi buttai su quei volumetti che avevo in casa comprati da mio padre e mio fratelo. Penso che il primo che lessi fu un Daredevil disegnato da Frank Miller. L’anno dopo, a sette anni, lessi il suo “Il ritorno del cavaliere oscuro” su “Corto Maltese”; tra l’altro il primo a tradurlo in Italia fu il compianto maestro Enzo G. Baldoni se non sbaglio. Negli anni successivi, cioè tra gli 8 e i 10 anni, lessi V for vendetta e The Watchmen di Alan Moore. I miei temi in classe erano abbastanza particolari e precoci in effetti.

 

Ti ricordi il tuo primo approccio al disegno?

Sì. Disegnavo su una agenza. Avevo questo personaggio, il Super Baby o qualcosa del genere: una fusione tra Charlie Brown e un super eroe.

 

Ciao sono Yellow Kid. Come stai?

(risponde a modo suo)

YELLOW KID

 

Scusa per la domanda precedente. Non ho resistito. Ne faccio una seria adesso. Come si lavora ad un fumetto?

Si segue una storia scritta e divisa per pagine. Se te la scrivono. Quando partono da me invece improvviso la storia sui miei errori, quindi non so mai come vanno a finire quando le inizio. Improvviso.

 

Chi disegna perché lo fa? E qui chi ama disegnare come te risponderebbe “perché mi piace, perché sono pervaso dalla passione”… ma quando il bisogno di creare viene sostituito dal bisogno di guadagnare (per la legittima necessità di veder ricompensato il proprio lavoro), cosa peggiora a livello stilistico? Le scelte diventano più calcolate e meno spontanee?

Sì, manca la spontaneità molte volte. E hai anche l’ansia da prestazione. Ma questo capita a quelli come me che non hanno frequentato una vera scuola di fumetto. Un vero fumettista accademico saprebbe affrontare la cosa in maniera professionale. In entrambi i casi però e importantissimo farsi comprendere dal pubblico e non essere criptico. Essere chiari, disegnare bene alcuni particolari. Con me é accaduto che alcuni editori si sono sentiti attratti dal mio tratto, così ho provato.

 

Gli autori che hanno lasciato delle tracce dentro di te.

Frank Miller. Alan Moore. Paul Auster. Kalihl Gibran. Tarantino. I Queen e gli U2. Direi che gli stereotipi li ho presi tutti.

 

Hai mai disegnato qualcosa per conquistare una donna?

Per una donna sì, ma per farmi perdonare. O per un biglietto di augurio. O per dimostrare la mia vicinanza. Ma non per conquistarla. Penso che una donna la devi conquistare da uomo, non da artistoide. Se lo fai da artistoide, stai cercando di giocare con il suo cervello. La verità è questa, sono stronzate quando dicono che l’artistoide fa parte di te in questo caso: la verità è che non bisognerebbe mai fidarsi di uno scrittore. Va bene per un’avventura e per chi cerca una fuga, anche se in questo caso sei tu che alla fine vieni usato come un vibratore on off, ma non per una compagna. Con lei devi camminare con la stessa velocità ed essere tangibile, non sognabile.

 

Quali sono i disegni che hai fatto “di getto” e perché li hai fatti “di getto”.

Le tavole scritte da me sono state tutte fatte di getto. Perchè ero arrabbiato. Perchè desideravo. Perchè ridevo da solo. Perchè come un primitivo che si era emozionato durante la caccia avevo bisogno di dipingere nella mia caverna. Poi magari portavo fuori l’operato.

 

But Mirko is Kain? Or Kain is Mirko? Cosa avete in comune?

Le ex.

 

Chi dei due ha una gran passione per la musica?

Mirko è l’ascoltatore e lo scrittore. Kain è la rockstar fallita ma divertita.

 

Uno dei due è un ottimo scrittore. Chi dei due sa scrivere meglio?

Penso Mirko. Kain è odiosamente cinico a volte. Impulsivo. Mirko si sofferma su molte cose, anche sulla scelta delle parole. Ma sono due ignoranti al prezzo di uno.

 

Un consiglio e un saluto per gli amici di RDG?

Che dirvi. Siate delle rockstar, non delle groupie. Nella vita bisogna fare questa scelta. E un’altra cosa: il mondo si divide tra chi ha mollato e chi non ha mollato mai. Non mollate mai, siete belli.

 

 

Volete saperne di più su Mirko o su Kain? Cliccate qui!

 

Di seguito una galleria di immagini!

 

 

 

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Patrizia Co
Patrizia Co
Graphic designer freelance dal 2009. Amante della zuppa Campbells, del guerrilla marketing e di troppe altre cose.