La moda nell’Era della Tecnologia

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Molte volte nella storia cinematografica sceneggiatori e registi si sono rifugiati in un futuro ipotetico fatto di immaginazione e sperimentazione. Qualcuno ha pensato che luoghi, ambientazioni e costumi dovessero rispecchiare le peculiari linee della nostra contemporaneità per meglio far immedesimare lo spettatore. D’altra parte chi non ricorda la storia d’amore tra Theodore e l’intelligenza artificiale del sistema OS 1? Narrata nel film Lei del 2013, dove la città di Los Angeles rimane immutata cosi come la moda, scelta oculata fatta dal regista, quest’ultima permette però allo spettatore di sentirsi  partecipe e vicino al protagonista in una storia che nel giro di pochi anni potrebbe coinvolgere analogamente lui stesso. Decisione presa, al contrario, anche da Sophia Coppola, che sceglie di far indossare un paio di converse alla regina Maria Antonietta per eludere quel divario temporale tra la storia narrata e la quotidianità di oggi.

Altri invece hanno preferito accentuare questo divario, non solo mediante illuminazioni e architetture iper moderne e tecnologiche, ma anche attraverso abiti strutturati, dal design rigido e metallico: per chi l’ha visto, ad esempio, è impossibile dimenticare l’idea stereotipata dell’androide nel film 2046, che indossa un abito che sembra ricordare le sperimentazioni compiute nel 2007 dallo stilista Hussein Chalayan, forse uno dei maggiori esponenti della nuova moda High Tech. L’intera collezione dell’artista si ispira infatti ad abiti di stampo futurista che reagiscono a sensori di movimento, modificandosi a loro volta. Anche eccellenze italiane in questo campo  si sono avvicinate alle nuove tecnologie: caso esemplare è l’esperienza del fashion brand Cutecircuit, fondato dalla stilista italiana Francesca Rosella in collaborazione con l’esperto di nuove tecnologie Ryan Genz: il duo ha infatti creato un’intera collezione che prevede abiti interamente illuminati a LED, che facilmente svolgono il ruolo di pietre preziose e swarovsky.

Oggi, quelle che erano pure sperimentazioni in ambito cinematografico per lo sviluppo di un’idea di futuro iper tecnologico, pensato secondo i canoni dei racconti di Isaac Azimov, hanno trovato concretezza nella nuova moda high tech e nella technocouture. A dimostrazione di quelli che sono  gli sviluppi in questo settore il MET di New York ha in cantiere per questa primavera/estate una mostra dedicata alla moda nell’era della tecnologia: Manus X Machina: Fashion in an Age of Technology.  Forse una delle mostre più attese del 2016 (o almeno dagli addetti ai lavori), e che avrà inizio questo 5 maggio. L’allestimento della mostra nelle gallerie Robert Lehman Wing vuole essere un excursus nei cambiamenti e nei procedimenti  della realizzazione di un abito di haute couture con la miscela delle nuove tecnologie utilizzate nel settore del prêt-à-porter. Lo spirito dell’esposizione si sviluppa attraverso una serie di stanze allestite sia sulla base dei mestieri tradizionali della haute couture, tra cui il ricamo con piume e fiori artificiali, ma anche plissettature, merletti, e pelletteria. Tutto ciò sarà presentato insieme a strumentazioni  che incorporano i processi innovativi, come la stampa 3D, modelli al computer, incollaggio e laminazione, taglio laser e saldatura a ultrasuoni. Contrapponendo quelle che sono le tecniche dell’handmade del grande artigianato alle nuove macchine tecnologiche messe al servizio dell’alta moda: dunque “mano versus macchina” come dice lo stesso titolo della mostra.

Simbolo dell’esposizione  è proprio un abito ideato dalla fashion designer Iris van Herpen, che perfettamente riesce a coniugare quelle che sono le tecniche della stampa 3D, ottenute attraverso la potenzialità del disegno infinito ad una realizzazione mediante ricamo a mano secondo la più elevata competenza dell’artigianato tradizionale. L’abito nasce dunque in equilibrio tra tradizione e innovazione, divenendo testimonianza del concept della designer tedesca: dove la tecnologia non viene meramente usata ma totalmente assorbita. L’ideatore della mostra, intervistato da D di Repubblica, illustra quali sono le motivazioni che hanno spinto l’allestimento affermando:

“La moda è sempre la prima a considerare nuove idee, a captarle. Ci saranno abiti che sono “monumenti alle idee”, creazioni straordinarie che sappiamo non andranno mai oltre le passerelle, ma che sono interpretazioni perfette della contemporaneità: penso a Comme des Garçons, Yohji Yamamoto, Issey Miyake. Ma anche a John Galliano”.

Forse non sarà la rivoluzione di Coco Chanel, con l’ingresso dei pantaloni nel guardaroba femminile, ma è proprio adottando le “rivoluzioni” promosse dal settore tecnologico che la moda cambia e cerca di adattarsi alle nuove tendenze e alle spinte culturali della nostra società.


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Martina Delpopolo Carciopolo
digital museum addicted