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Siamo orgogliosi e felicissimi che il simbolo indipendente di Catania, progettato da Giuseppe “Bob” Liuzzo, sia stato premiato all’11sima edizione dei Wolda Awards. Prestigioso premio riservato ai migliori loghi e simboli del mondo a cura della Worldwide Logo Design Award (Wolda).

“Un premio per tutti coloro che lo supportano e che credono in lui”.

Perché creare un logo, un simbolo, un’identità, una “grafica” se non ti è stata chiesta da nessuno? Che senso ha? La domanda che bisognerebbe porsi, in realtà, dovrebbe essere: chi ha mai detto che il graphic design deve, per forza, servire una commissione da parte di un cliente?

“Come designer siamo usati come ‘espressori’ di contenuto, mentre dovremmo essere principalmente dei creatori”.

Il mestiere di un designer è, a uso e consumo, quello di “risolvere problemi”. Ed è proprio questo “dovere”, oltre all’amore verso la propria città, ad aver spinto Giuseppe “Bob” Liuzzo a creare questo simbolo indipendente e democratico di Catania.

Catania Project nasce proprio dalla necessità di donare un sistema visivo a tutti i catanesi, dal quale possono sentirsi rappresentati e, allo stesso tempo, uniti.

“Un sistema grafico che chiunque può riprodurre anche senza essere un’artista o un designer e che possa diventare marchio, bandiera e icona di un territorio unico al mondo”.

Un esperimento di design, costruito su tre linee e tre colori che si intrecciano creando l’illusione dell’Etna in eruzione circondato dal mare. Un simbolo flessibile, non legato alla sua forma. Tre linee incastrate che possono diventare cerchio, quadrato, rombo, cuore… e sì, anche una panda!

“l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Bob ha sperimentato, immaginato e riprodotto questo simbolo su svariati supporti, il più famoso di tutti è forse il berretto che porta sempre con sé, per poi dipingerlo su scarpe, shopper, zaini e riprodurlo anche su divise sportive. E a proposito di quest’ultima declinazione, la fondazione del Katàne Basket, che ha compreso il vero ruolo del Catania Project, ha deciso di adottarne forme e colori sia nel marchio che, appunto, nella divisa. Un risultato strepitoso che fa capire a pieno le potenzialità di un sistema visivo libero di abbracciare tutto e tutti.

Ma, proprio come dice il nostro Bob: “Questo è un simbolo democratico, che appartiene a tutti”. Quindi, in molti, hanno deciso di adottarlo. Da questo principio sono nate numerose collaborazioni con diverse realtà catanesi e anche con altri designer che hanno voluto sperimentare questi colori e forme.

“Tutti dovrebbero saper disegnare ciò che amano”.

C’è chi ha sentito così a fondo il messaggio di questo simbolo che ha deciso addirittura di tatuarselo sulla pelle. Pare proprio che l’obbiettivo di questo progetto, ovvero unire catanesi e non sotto la stessa bandiera, sia molto vicino.

È proprio grazie a questa enorme passione e dedizione che Bob ha dedicato a questo progetto, che anche noi di Roba da Grafici ci sentiamo vincitori con lui, pur se solo con il cuore.

Gli abbiamo fatto anche qualche domanda.

Perché il progetto parte proprio dai murales?

In realtà non parte dai murales, ma molto prima. Questo progetto è nato 11 anni fa, con 3 linee semplici. Però con 11 anni di ricerca alle spalle. Prima dei murales è stato presentato avvolto alla maglia del Catania Calcio per capire se la sua efficacia fosse davvero reale. Presentare un simbolo non dà mai un reale feedback sul suo reale percepito. Presentarlo con la forma di qualcosa a cui già le persone legano un’emozione e un attaccamento da molte più conferme. Diciamo che i murales hanno rappresentato il primo passo nell’identificarlo come simbolo.

Il primo, realizzato da Verso Coffice Catania con forma circolare è stato fatto ormai un anno fa. È stato un modo per portare nuovamente il design dove è giusto che si trovi, non sugli schermi e sui social ma nelle strade, in mezzo alle persone e le loro opinioni reali e non mascherate da profili e bottoni col pollice in su.

Ultimamente il design è diventato qualcosa che fatica ad uscire dai rigidi confini degli schermi su cui teniamo gli occhi tutti i giorni. Dimentichiamo spesso che la vita non è commento, ma dialogo. Che le persone non sono delimitate da cornici, ma libere di osservare ed esprimere il mondo che li circonda. Ci sono progetti, come il Catania Project, che ti fanno capire quanto un patinato mockup possa fare più male che bene nel far comprendere meglio il valore del progetto che stai mostrando.

Puoi già anticiparci quali saranno i prossimi passi di questo progetto?

Penso di no. Questo progetto vive il suo presente e cerca di costruire il suo futuro giorno dopo giorno. Viene dal basso e prevedere una sua traiettoria è prerogativa delle agenzie spaziali e non dei progetti emotivo-sociali come questo.

L’unica cosa che mi auguro per il futuro è di perdere sempre di più il mio legame con questo simbolo. Perché finche sarò associato alla sua progettazione si avrà sempre l’impressione che sia mio e questo non lo voglio.

Questo simbolo, come hai egregiamente espresso nell’introduzione, è di e per tutti coloro che vogliano avere una relazione differente con Catania. Tutti possono e devono usarlo. Già oggi, il simbolo ha fatto la sua strada. La squadra Katàne Basket lo ha utilizzato come sua identità preferendolo alle tipiche strisce rosse e azzurre che da sempre identificano lo sport etneo. Verso in collaborazione con Etna Roaster lo ha utilizzato per identificare il loro caffè prodotto ai piedi dell’Etna. E ancora, Laboratorio Siculo ci ha creato delle magliette in edizione limitata, artisti catanesi come LukaSkore e FidelioLab lo hanno utilizzato per produrre cappellini e sneakers personalizzate.

Questo progetto non deve essere uno tsunami, ma una goccia che, con il tempo, entrerà nel linguaggio visivo della città. Se così non sarà la vita continuerà comunque, ma senza un simbolo universale che possa identificare Catania e le sue eccellenze agli occhi delle persone e del mondo.

Cosa faresti se l’amministrazione della città volesse adottare questo simbolo? Accetteresti?

Onestamente sono impaurito dal rapporto con le amministrazioni comunali o di altra tipologia politica. Sono pochi gli esempi di simboli territoriali commissionati e realmente approvati socialmente da chi vive realmente il luogo che questi vogliono rappresentare.

Le amministrazioni, specialmente quelle del Sud Italia, hanno una visione molto turistica di ciò che dovrebbe identificarli, ma io credo che non vada comunicato il turismo bensì l’essenza di un territorio.

Come hai detto anche tu: “Un turista si porta dietro ciò che il residente si porta dentro”. Se la città decidesse di adottare questo simbolo e il suo sistema visivo come reale soluzione identitaria della città e delle sue attività, penso che pretenderei un incontro dove intavolare un dialogo spiegando loro che usare non significa possedere.

Che il simbolo dovrà rimanere delle persone e non essere associato a una determinata fazione politica perché altrimenti al suo decadere si vedrebbe la decadenza anche del simbolo.

Insomma, sono molto contrario alla grafica che si impone dall’alto, ma favorevole a quella che sale dal basso. Qualcosa imposta dall’alto non può che cadere. Quando invece qualcosa nasce dal basso ha solo la possibilità di spiccare il volo.

In quanto docente, quale messaggio vorresti scaturisse da questo progetto verso le nuove generazioni di designer?

Spero che insegni a non aspettare, ma ad agire. Che il nostro lavoro crea legami.

Citando Ivan Chermayeff e i suoi dieci punti sulle necessità del Design, specialmente quando al servizio delle pubbliche amministrazioni, bisogna ricordare che esso è efficace per il servizio pubblico. È esso stesso un essenziale servizio pubblico. Attendere la committenza non è il nostro lavoro o almeno non l’unico.

Il design è intervento sociale, è capacità di osservare cosa si può cambiare anche quando nessuno lo richiede o lo paga. Design significa DESIGNare ad ogni momento, elemento e componente di un progetto una funzione che possa far passare: “da una situazione esistente ad una situazione migliorata” per aggiungere al mio citazionismo anche il maestro Glaser a me tanto caro.

Bisogna che le nuove generazioni capiscano che il design non sono gli strumenti che utilizzi o le tecnologie che padroneggi, ma l’abilità di comprendere le persone e i contesti culturali, che non sono il mercato e il target.

Bisogna che comprendano che le persone ignorano il design che ignora le persone. Potrei continuare facendo diventare questo articolo un saggio sul futuro del design, ma non avrebbe senso. Quindi decido di fermarmi qui.

Giuseppe (Bob) Liuzzo, nato a Catania nel 1987. Designer esperto in strategie di branding e comunicazione coordinata. Docente e coordinatore didattico del corso triennale di Graphic Design dello IED – Istituto Europeo di Design di Milano, ci insegna:

“Creare loghi per i turisti non ha (quasi) mai funzionato. Il turista, in fondo, si porta dietro ciò che il residente si porta dentro. Questo è un SIMBOLO. Di e per tutti”.

BOB

Tante belle cose fresche Bob! Ancora complimenti.

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