#coglioneno : il giorno dopo.

Una diffusione a dir poco VIRALE. Condivisioni che contano numeri enormi: il mio articolo sugli Zero è stato letto da oltre 19.000 anime (solo di sharing ha contato numeri mai visti, neanche fossero cascate le torri gemelle) e continua a girare. I video mi son piaciuti da subito, devo dirlo questo. Sono bravi gli Zero e vi invito anche a vedere gli altri video.

Su gruppi facebook molto affollati come “creativi” o “roba da grafici” ho riscontrato una gara alla condivisione. Il mio collega Marco ha addirittura vinto in mattinata il premio della decima condivisione che vuol dire quasi spam. Wired parla di 30.000 like in meno di 24 ore. Ne hanno parlato dappertutto: Il fatto quotidiano, Repubblica, La7 in diretta ieri sera..

La parola #coglionino mi fa venire in mente l’altra campagna con un nome del tutto simile: #coglioni. Fu realizzata dai BluMagenta e  prendeva di mira la poco lungimirante campagna #guerrieri realizzata da Enel che diventa, poi, NelQ. Ma è bastato un NO e una serie di video che descrivono in grandi linee cosa succede a un creativo, forse alle prime armi, per avere un successo straordinario.

 

Il giorno dopo? Pioggia di critiche.

Il nocciolo della questione è semplice: perchè chiedere dei soldi a fine lavoro se un professionista freelance deve CONCORDARE PRIMA un prezzo e poi si può iniziare a parlare di esecuzione, magari anche dopo un ANTICIPO?  Non come nel video! In effetti preventivare un prezzo e poi stilare un contratto sono proprio gli strumenti che rendono il creativo un professionista e non un omino da prendere in giro e da malpagare.

 

Ci sono troppe persone che si spacciano per professionisti.

Questa la critica “estensione” dell’altra. Ci sono talmente tanti ragazzi e ragazze che imparano a fare quattro cazzate con il computer e ci sono talmente tanti videotutorial, tante risorse già pronte e impacchettate in rete (tipo milioni e milioni di vettoriali o addirittura anche flyers precompilati o, peggio ancora, pacchi di 10 locandine già fatte a 5 dollari) che è vero: c’è una forte possibilità che su 10 “professionisti” 7 siano scopiazzatori grafici. Gli scopiazzatori grafici hanno l’abitudine di piazzare 4 cose già fatte in un foglio a4 senza seguire minimamente la teoria del colore o un minimo di regole della composizione come il bilanciamento, l’equilibrio. Di solito mandano file enormi e per fare un 6×3 sono capaci di aprire un file 6×3. Quello che voglio dire è che secondo me dovremmo tirare fuori il VADEMECUM PER SCOPRIRE IL GRAFICO NIPOTE e, chi non si riconosce in un professionista da 4 soldi, dovrebbe cercare di imparare a VENDERE.

 

Imparare a vendere?

Si, certo. Se credi di essere un vero professionista o te ne vai in uno studio grafico e fai tranquillamente quello che ti chiede il direttore creativo o inizi ad informarti per benino! Non hai Partita Iva? Vai sul sito della Oscon e informati. Puoi fatturare fino a 5.000 euro l’anno. Vuoi la partita Iva? Informati!!! Vai alla Confesercenti, alla Confcommercio o semplicemente all’agenzia delle Entrate e chiedi, informati, magari sui Regimi Minimi, e decidi di diventare un professionista.

Tra l’altro il mio consiglio è anche di imparare a porsi con i clienti. Sei un grafico o un web designer, lo so che non sei nato per vendere ma se vuoi essere un  freelancer devi IMPARARE PER FORZA. Altrimenti come dicevo all’inizio, cerca di entrare in uno studio.

 

I lamenti.

Avete ragione anche su questo. Forse c’è un vittimismo cronico in giro ma un po’ è per questioni reali, un po’ è perchè non si riesce a vendere, non si riesce a comunicare bene con i clienti. Purtroppo è tutta una questione psicologica: come vi porrete col cliente, lui risponderà. C’è poco da dire (ma ne parleremo in un altro articolo altrimenti qui facciamo notte).

 

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Non mi dire che sono tutti creativi!

In effetti la questione si fa dura. Creativo… chi è il creativo? Chi può chiamarsi creativo? Se sei creativo te lo devono dire gli altri o chiunque può sentirsi creativo? Ho notato su Wired un articolo in cui si dicono tante cose buone, a parte far diventare la figura di Jobs come quella di Maria De Filippi e l’aver piazzato quel video finale dove Enzo Mari, grande designer italiano (tanto di cappello!), affronta la questione “creatività” con un piglio quasi da nonnino scontroso, possessore della verità assoluta. Mi è venuto in mente il periodo del 900 quando piovevano critiche sul futurismo, forse per l’ultimo disegno che ha fatto Mari come esempio sulla lavagna, come per dire: due cazzate le sanno fare tutti. Il vero creativo/artista è colui che realizza davvero delle opere d’arte, non come quelli mediocri che si fermano a metà strada che, poverini, non è neanche colpa loro e non è detto che abbiano fatto male, anzi.

 

 

Ecco il video completo di Mari

 

Mettere quello spezzone di un designer del livello di Enzo Mari alla fine di quell’articolo è secondo me, pericolosissimo. Estrapolarlo ed inserirlo in quel contesto fa il gioco forza del quarto potere e dà in pasto a un pubblico vastissimo un idea faziosa di cosa sia la creatività e soprattutto di quale sia il pensiero di Mari che viene sminuito a 4 parole, risultato di un profondo discorso che passa anche attraverso la filosofia, la forma, l’utopia, la sociologia, la creazione del mondo, analisi dei materiali, regole dell’industria, la delocalizzazione della produzione, l’ignoranza, il gusto del pubblico, l’educazione del designer italiano… e qui parla della morte non solo del design ma la morte di tutto in quanto il personal computer (acquistato da tutti gli ignoranti) dà l’impressione di saper fare le cose. Si perdono le capacità umane utilizzando il computer. Poi, prima di fare il diagramma in questione sulla lavagna dice queste parole che ritengo meravigliose:”L’arte è quella che hanno fatto i grandi artisti. Andando a vedere queste opere, capisco che si apre una finestra sull’infinito. Che ogni piccolo particolare vale l’opera stessa e che questi particolari dialogano in una forma impossibile. Non si può mai descrivere completamente un’opera d’arte…”

Allora…” “…ho scoperto dopo che tutti i grandi artisti hanno fatto tutti il mio viaggio… son solamente gli scemi gli artisti che si fan crescere la barba, che si vestono d’artista: sono quelli che pensano che questo esercizio non vada fatto”. Poi fa l’esempio sulla lavagna, questo qui:

 

 

 

La creatività secondo me

Ma torniamo in basso. [ahahahahahaha] Sparafleshatevi dopo Mari che adesso vi dico la mia. La creatività è di tutti ma non tutti possono proclamarsi creativi. Anzi, se proprio vogliamo nessuno dovrebbe dirsi da solo: “io sono un creativo”. Non ha senso! Devono dirtelo gli altri come risultato delle azioni che compi. Mi spiego meglio.

La creatività ce l’hanno quasi tutti, è saper usare le tecniche per tirarla fuori, è svilupparla, è dargli sempre “del cibo” come si fa con i cagnolini: quello è il vero “problema”. Se non sai come direzionare le tue energie creative allora non puoi definirti neanche un creativo, tantomeno di professione. Mi viene in mente adesso la maglietta di Sirelli “Io sono un creativo, tu no” che cavalca l’onda di popolarità che ha questa parola. Non mi sento di criticare Sirelli perchè in quel contesto produce energia, quella che spesso non proviene dall’esterno. Non so voi ma credo che pochi genitori aizzino i figli ad essere dei creativi, mia nonna ad esempio voleva facessi la parrucchiera. Sarà successo anche a voi, no?

 

Il creativo del cazzo

Il concetto di creatività è visto in troppi modi, ha troppi significati e nessuno di noi potrà mai diventare il grande frullatore: prendere ogni significato, buttarlo nel “bicchierone” e farne una salsa unica, condivisa da tutti. Creatività è peggio del verbo “Do” in inglese che quando vai nel vocabolario trovi due pagine di significati e l’asino della classe chiude gli occhi e punta il dito su uno di loro. Ecco, la creatività, che lo vogliate o no, è per tutti. Ognuno la utilizza come vuole. Dovremmo chiamare qualche sociologo o semiologo per farci classificare le varie sfumature del termine (e se vi è venuto in mente “di grigio” cercate la prima finestra e buttatevi in giù). Ma tranquilli: il creativo del cazzo può anche definirsi tale ma non credo avrà riscontro nel mondo. Vi dà fastidio che si faccia chiamare creativo? Fatti vostri.

 

Esempio del lavoro del creativo del cazzo
Esempio del lavoro del creativo del cazzo

 

Il concetto è: vuoi essere un creativo? Puoi esserlo.

Vuoi essere un creativo di professione? Puoi esserlo ma devi stare a delle regole che sono quelle basilari: fare preventivi, lavorare, fatturare (altrimenti mori de fame se non hai mammà e papà che ti danno vitto e alloggio a 40 anni) e nel caso cercare di farti riconoscere. Se quando crei senti le farfalle nella pancia non è detto che tu sia un creativo: può essere che hai del gas intestinale e dovresti prendere un po’ di Carbone vegetale, due volte al giorno. 

 

Creativity-Wallpaper

 

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1 commento

  1. Io invece mi riempio di orgoglio quando sento che qualcuno tira fuori il problema.

    Non è questione di essere creativi o non creativi, qua si parla di lavoro concluso e del suo prezzo.
    Il problema posto dalla campagna #coglioniNo viene DOPO la certezza di essere un creativo.

    Non si parla di gente che si improvvisa grafico e ti sforna una locandina, si parla di realtà.
    Si parla di qualcuno che ti propone un progetto concreto, credendo che sia un diritto non pagarlo.
    Il fatto che fioccano freelance come se non ci fosse un domani è perchè:
    – difficile che ti assumano con un contratto.
    – difficile che, con quel contratto, ti diano più di 800€ (e se sono 800 euro, sei già uno di quelli da considerare “fortunato”)

    La partita IVA è la tua ultima spiaggia prima di farti chiamare “disoccupato” o lavorare in nero.
    Invece di fare lavorini del cacchio per mia mamma, mia nonna e mio cugino, provi a regolarizzare il tutto proprio perchè il cliente che viene da te con occhi trasognati si renda conto che mettere insieme immagini e una bella scritta non è “una cosa che potevo fare anche io”, ma è il risultato di uno studio dell’immagine, di ricerca, di gusto. I “NIPOTI” che sanno fare anche loro la locandina, sono certa che la partita IVA non se la aprono.

    MA comunque non basta avere una partita IVA, proprio perchè, nell’immaginario comune, il “grafico” non è una figura ancora ben inquadrata: quando spiego che ho studiato grafica pubblicitaria, il tutto viene recepito con un “ah…quindi fai pubblicità?”.
    Come se si potesse chiarire, con questo concetto, la moltitudine di sezioni in cui si suddivide questo lavoro.

    Viene tutto visto come un bel gioco, pieno di colori, “fare i disegnini”.
    é chiaro che amo il mio lavoro proprio per la creatività, per la diversità, per le grandissime possibilità ed esperienze che presenta, altrimenti avrei fatto un lavoro d’ufficio, sicuro negli orari e nel pagamento.
    Ma questo non vuol dire che il grafico merita di essere pagato meno, non vuol dire che, siccome “mi piace” e “mi diverto”, devo essere pagata con un’offerta libera.

    Quando proponi un tariffario, è tutto uno sgranar di occhi. Nessuno si capacita che l’immagine coordinata abbia un prezzo elevato. Nessuno si capacita che, una semplice locandina, abbia un costo superiore ai 20 euro. Tutti si aspettano che il primo personaggio fermato per strada sia in grado di fare la stessa cosa.
    Il problema è che, poi, la chiedono a te.

    Tu che hai studiato.
    Tu che hai fatto uno stage di sei mesi a 200 euro al mese, oppure direttamente non retribuito (tanto fa curriculum e, comunque, piuttosto che farmi chiamare “piaga sociale” o “bamboccione” vado a lavorare anche gratis, perchè so a memoria quante piastrelle hanno tutte le stanze di casa e voglio far qualcosa)
    Tu che lavori senza mai avere idea di quando uscirai dall’agenzia, perchè i pubblicitari, si sa, non hanno orario fisso.
    Tu che continui a fare corsi di aggiornamento, perchè i ragazzi più giovani di te ne sanno 5 volte di più, visti i continui sviluppi in campo tecnologico, informatico e grafico.
    Tu che vai avanti con contratti di collaborazione senza superare i 5000€ annui, che, comunque, sono 416 euro al mese, contando anche luglio e agosto.
    Impari l’inglese, il cinese, lo spagnolo a furia di DEM da tradurre su piani internazionali.

    E dopo tutto questo ti senti dire “bello, mi piace… siamo a posto così, tanto lo metti nel tuo portfolio, no? Che ti fa curriculum!”.
    In breve, propongono pubblicità ad uno che lo fa di mestiere. Un baratto.
    Ma chi stiamo prendendo in giro?!

    Forse succede a chi è alle prime armi. MA credo succeda anche a chi è un po’ più in là con gli anni, visto il successo. Credo anche che abbia dato voce e sfogo a tanti freelance che ci provano e ci credono, pur dovendo lottare quotidianamente con clienti e persone che non ne capiscono nulla di questo mondo.
    Non per cattiveria, ma per disinformazione.

    E allora, siccome nessuno è cattivo e nessuno vuole essere preso in giro, facciamo informazione.
    Diciamolo a tutti: siamo creativi PER LAVORO, DOBBIAMO ESSERE PAGATI. Non siamo coglioni, nè siamo parenti, nè i primi che passano per strada. Se vieni da me, sai che sono un grafico, sai anche che mi devi pagare, sennò andavi a botta sicura sul famoso “nipote”.

    Io appoggio con tutto il cuore la campagna #coglioniNO
    Amen.