Oops!… I did it again /Catania Edition/

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Una storia di errori recidivi, pernacchi e incomprensioni varie ed eventuali

 

Anche se son cresciuto con la versione di Britney Spears (erano gli anni 90, ragazzi… i 2000 hanno Miley Cyrus, noi avevamo Britney ad allietare i nostri primi pruriti), la versione di Marylin Monroe mi echeggia nella mente e, se avete voglia di sentire qualcosa di interessante prima di immergervi in questo articolo, vi consiglio l’ascolto (e la visione) della versione dei Postmodern Jukebox.

Ok. Ora che vi siete rifatti orecchie, occhi e cuore, direi di partire.
O meglio, di ripartire.

Un annetto fa, giorno più, giorno meno, iniziai a scrivere per robadagrafici.net, esordendo con un argomento che, da grafico operante e abitante a Catania, mi toccò parecchio: parlava del nuovo logo della città di Catania. Rileggetelo se vi aggrada, ma per fare un sunto veloce diciamo solamente che la speranza che condividevo con voi a fine articolo non si è realizzata. Il logo è stato infine utilizzato, fortunatamente ancora abbastanza poco, ma quanto basta per inzozzare internet e la città con quella scatarrata senza arte né parte.
Già questo sarebbe tacciabile di pesanti pernacchi da parte della comunità italiana, nonostante 3/4 del city branding nostrano non brilli certo per originalità, ma almeno si tratta di progetti realizzati da studi più o meno seri, con una ricerca più o meno accurata alla base e almeno completi. Ma, cosa ancora più importante, tutte queste città si sono affidate a studi di comunicazione e marketing che hanno studiato un piano d’azione a medio e lungo termine: si sono affidate a professionisti (poi vige sempre il beneficio del dubbio, sia chiaro, ma intanto lo diamo per scontato), scelti sia tramite ingaggio diretto sia tramite bando nazionale.

Catania no.

La Città dell’elefante in questo ha lo strano primato di essere recidiva e di non aver imparato un’emerita ceppa dal polverone mediatico scatenatosi all’epoca dei fatti.
E fregacazzi se a realizzarlo è stato un art director che ha fatto del payoff spicciolo la sua piccola fortuna con caseifici siciliani e altre realtà medio grandi dell’economia dell’Isola: quel coso è un aborto. Punto (va detto che qualche campagna pubblicitaria l’ha azzeccata, eh!).
Chiusa la parentesi passiamo ad una cosa recentissima, che ha scatenato l’ennesimo polverone.

 

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Devo commentarla?
Pur non essendo negli States, mi avvalgo della facoltà di non rispondere, anche perché ci ha pesantemente pensato il web. E in questo caso specifico Selvaggia Lucarelli.
Potrei chiudere l’articolo qua.

Naaa! Scherzavo… commentiamo pure.
Analizziamola un attimo: in questa immagine abbiamo una serie di testi ed immagini, la maggior parte delle quali legate insieme da una serie di frecce che, se guardate attentamente, formano la silouette di un elefante (c’è del genio in questo, va detto… malato, ma c’è), un testo in Helvetica impaginato alla stramuzzo (notare la presenza di sole minuscole, ovvio richiamo alla mitica scuola del Bauhaus?) e spazi vari ed eventuali gestiti ancora peggio. Il bianco e il blu la fanno da padrone, e almeno in questo chi l’ha realizzata ci ha risparmiati dal binomio rosso-blu che fa tanto orgoglio catanese.
Lo so, lo so… è come sparare sulla croce rossa, ma in questo caso mi ritrovo ad immaginarmi con un cannone laser in spalla a sparare alla “ndo cojo cojo”.
E si, la cosa mi sta benissimo.

Finito il momento sfottò, tuttavia, ritorna prepotente alla mente il ragionamento già fatto all’epoca per il logo, ovvero che se vuoi davvero riqualificare una città attraverso un’opera di city branding devi innanzitutto investire affinché essa porti reali benefici a quest’ultima e al suo territorio, e per far ciò devi per forza di cose affidare il compito a chi in questo campo è competente. Voci alquanto attendibili mi hanno invece confermato che questo lavoro è stato realizzato da un dipendente comunale che “si diletta col computer”, che è un po’ l’equivalente dell’amico impiegato che nel tempo libero si diletta di bricolage: gli chiedi il favore semmai ti si rompe la gamba del tavolo, ma se quest’ultimo si mette a basculare poi devi comunque chiamare il fabbro per sistemarlo, e mal che vada avrai perso qualche centone tra piatti e bicchieri rotti, e non 12000 euro in soldi dei contribuenti.

E QUI TI VOLEVO.

A differenza del primo caso, in questo sono stati spesi la bellezza di 12000 euro dei contribuenti per utilizzare quest’immagine come banner pubblicitario sul sito del Corriere.it; se fosse stato un banner inserito in un piano di comunicazione oculato e ben realizzato i contribuenti avrebbero di certo preso la cosa in maniera quantomeno positiva, invece…

Ma ovviamente non è tutto, e forse la parte peggiore viene proprio ora.
Se una qualsivoglia istituzione, in particolar modo politica, intende intraprendere una campagna pubblicitaria a medio e lungo termine per rivalutare il territorio lo fa, appunto, per invogliare la gente (turisti in larga scala, ma soprattutto imprenditori) ad usufrire del bene pubblicizzato investendo in esso il proprio tempo e il proprio denaro.

Crei domanda ed offerta.

Se tuttavia per ogni comune mortale un concetto così semplice è facilmente comprensibile, così non è per l’istituzione catanese, che in maniera recidiva ripropone lo schema perdente del nel bene o nel male, basta che se ne parli.

Tirando le fila del discorso, mi piacerebbe rivolgermi direttamente al sindaco Bianco.

Egregio Sindaco Bianco,
Catania e il suo territorio sono un vanto per l’Isola e l’Italia, e in questo modo Lei sta amabilmente buttando la zappa sui piedi non solo su di sé, ma sulla popolazione della Città intera, e in questo zappare ha preso ripetutamente l’arteria, tanto da vedere zampilli continui e copiosi di sangue.
In parte le Sue intenzioni sono lodevoli, perché si vede che comunque alla città ci tiene, altrimenti neanche ci si sarebbe speso. Ma non è così che si agisce.
Basterebbe applicare lo stesso concetto che sta alla base della comunicazione politica: va fatta in un certo modo, con una sua grammatica e una sua estetica.
Ecco, qui è uguale.
Faccia un favore a sé stesso, alla sua giunta, ma soprattutto alla città ed istituisca un bando di concorso per un city branding ed una comunicazione seri che riqualifichino davvero la città. Lo faccia con un premio iniziale equo ed un ingaggio dello studio che ne risulterebbe vincitore per curare la comunicazione della città.
Aiuterebbe Catania a risollevarsi, l’immagine della stessa ad essere realmente riqualificata ma soprattutto aiuterebbe l’economia . Sembra strano, ma è così.
La grande M non vende certo perché i suoi panini sono buoni (ok, esempio alla larghissima, ma ho reso l’idea)! E, continuando col paragone, qui i panini sono pure sopraffini.
Glielo chiedo da cittadino contribuente, da professionista del campo grafico, ma soprattutto da amante della città che Lei amministra.

Cordialmente,
Enzo Triolo


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Enzo Triolo

Visual designer, illustratore e allevatore di mostri.