La scrivania del mio studio oggi mi parla e vuole dirmi qualcosa. Fra il disordine delle mie cose da una parte riesco a scorgere due pennelli e qualche tubetto di colore, dall’altra il mio pc insieme alla tavoletta grafica appena comprata: siamo agli antipodi, ai poli opposti di un’ arte in continua ed inesorabile evoluzione che non lascia spazio a esitazioni e tentennamenti. Le possibilità sono tantissime ma la regola numero uno è: restare al passo.

Ma quanta informazione circola, realmente, sui progressi tecnologici? Perché, in Italia, fin da sempre madre della Bellezza, territorio d’avanguardia del ‘900 e patria dei più grandi artisti, di “nuova arte” se ne parla così poco? Non si tratta semplicemente del classico luogo comune, quello di valorizzare il nostro bel patrimonio che, ‘sticazzi, tutti ci invidiano e pochi sanno proteggere; il discorso è totalmente diverso, è la reale disinformazione che abbiamo sull’arte che si evolve intorno a noi e l’impossibilità di arricchire il nostro bagaglio culturale, a meno che non si tratti di un proprio studio personale.

Chi intraprende un percorso di studi artistico di grado superiore, che sia indirizzato al Design Grafico o alla Pittura, molte volte si trova spiazzato dall’incapacità propria e di chi di dovere, di creare un discorso omogeneo che spolveri un po’ gli artisti del passato ma che si concentri poi sui giorni nostri. Non fraintendetemi: amo Policleto, amo Giotto e studiare il loro lavoro è fondamentale – senza il loro contributo l’arte contemporanea non sarebbe la stessa e bla,bla,bla. Quello che ne deriva però è, spesso e volentieri, un appassimento del lavoro del creativo che si riduce ad azioni meccaniche e prive di novità.

Chi della propria arte ne fa un lavoro vero e proprio spesso si trova davanti a richieste che con il passare del tempo sono l’una uguale all’altra e difficilmente una nuova idea, geniale o meno che sia, riesce a farsi spazio tra il gregge: è il rischio del mestiere, che più che rischio lo chiamerei passaggio obbligato. Al di là delle tendenze che cambiano velocemente e che, volente o meno, devono comunque essere prese in considerazione, chi commissiona il lavoro considera l’artista come una macchina, che deve rispondere ai singoli comandi pretendendo “aggratis” lo sviluppo di un progetto notevole.

Ma mentre noi, nel nostro studio, ci stiamo annoiando con l’ennesima locandina pubblicitaria, dall’altra parte del mondo sono già avanti di decenni e pagati pure bene. Non solo, il cliente molto spesso, è più favorevole a finanziare idee che siano fresche e diverse piuttosto che vedersi di fronte sempre la stessa cantilena.

Un processo di blocco che si riscontra in qualsiasi ambito: lavori tutti uguali vengono favoriti alle novità. Perché non privilegiare il libero flusso di creatività piuttosto che spegnere i cervelli umani e ridurli ad automi pronti a sfornare opere d’arte in serie? La cosa che sconvolge più di tutte è proprio quella accennata all’inizio: perché l’Italia non ritorna ad essere quell’ambiente che fa circolare freschezza e modernità e smette di essere il classico bel Paese che blocca la conoscenza e da cui tutti vogliono scappare? Dell’arte si ha davvero una scarsa considerazione.

Tutto questo è controproducente, scoraggia notevolmente chi nelle proprie creazioni vede qualcosa in più e chi nelle tecnologie moderne ci crede davvero, ma non ha la possibilità di dirlo in giro perché viene visto come incapace. Ci vorrebbe una ventata di modernità per la nostra Italia. Più consapevolezza che se non siamo noi che ci siamo dentro ad imporci, correndo il rischio di avere più di una porta sbattuta in faccia, resteremo immobili e privi di stimoli, mentre il resto del mondo continua a girare.

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