Il caos può attrarre e coinvolgere: David Carson


David Carson, pioniere della “Grunge Typography”, è uno dei graphic designer più dirompenti del secolo scorso. Si avvicina al mondo del graphic design nel 1980 all’età di 26 anni, quando casualmente decide di frequentare un seminario alla University of Arizona. Nel 1983 conclude i suoi studi in Svizzera, dove ha modo di seguire un dottorato in Arte e Sociologia, ed è proprio durante questo soggiorno in Europa che inizia a lavorare in modo sperimentale e a trovare motivi per modellare la forma in modi particolari. A partire dalla fine degli anni Ottanta, Carson cura l’immagine di riviste come Transworld Skateboarding, Beach Culture e Surfer, ovvero magazine di settore inerenti il mondo del surf, scelta dettata dalle sue esperienze pregresse come surfista professionista durante il decennio precedente.

Nel 1992 assume la direzione artistica di “Ray Gun”, la sua rivista più nota. Ray Gun non aveva griglia, formula o formato, ed era proprio la musica e i singoli articoli a dettare la direzione del design e del layout. Prima di cominciare un qualsiasi lavoro Carson racconta di effettuare un lavoro preliminare sui materiali che gli venivano forniti elaborando la grafica su quest’ultimi:

Cerco di rafforzare visivamente ciò che è scritto, parlato o cantato. Voglio che il lavoro si connetta con le persone a livello emotivo, che è dove ritengo sia più efficace e duraturo.

Sebbene Carson abbia prodotto di tutto, dai libri e dalle campagne pubblicitarie ai video, sono proprio le riviste ad esprimere al meglio il suo stile. Le grandi pagine e la serialità aperta offrivano un’arena ideale per la sperimentazione nel tempo.

Nel 1995 conferma il suo successo internazionale con The End of Print, ovvero “la fine della stampa”, monografia che raccoglie interamente la sua opera. Nello stesso anno, apre a New York lo studio David Carson Design, che vanta clienti del calibro di Pepsi, Ray Ban, Nike, Microsoft, American Airlines, Levis, AT&T, Kodak, Toyota, Warner Bros., CNN, MTV, Fox TV.

Le pagine di The End of Print sono un campo di sperimentazione rivoluzionaria, in cui figurano doppie colonne diversamente dimensionate e sfalsate, righe scoscese, crenature indicibili e interlinee sovrapposte. La lettura dei testi è spesso tortuosa, ma – come precisa lo stesso Carson – il “lettore” delle sue riviste è abituato a immagini in movimento e si compiace di cogliere la pagina con un colpo d’occhio, sgravato anzi dal peso della lettura convenzionale. Così, per quanto il testo possa essere stravolto, Carson mette l’accento sul concetto di comunicazione, che non aderisce necessariamente a quello di leggibilità, ma vi si discosta talvolta, traducendosi nella capacità di produrre sorpresa e scuotere il lettore. Tra le pagine del libro, il lettore è infatti costretto a leggere le righe dal basso verso l’alto, con corpi diversi, su un fondo variopinto che contribuisce a disturbare una lettura già compromessa da un inspiegabile andamento contrario. Tra i lavori pubblicati in The End of Print troviamo ad esempio una parola del tutto illeggibile, annientata da una macchia scura del fondo, non si tratta di un errore di stampa ma di un “espediente progettuale”: è lo stile ad esprimere il concetto. Carson sconvolge e rivoluziona le norme tradizionali del graphic design e lo dimostra mediante immagini distorte, layout spiazzanti ed anche, con una macchia scura sul fondo del testo.

M&M Michele e Martina
Michele isn't a Superhero, but every night turn himself into a Designer. Instead, Martina is a digital museum addicted.

Il caos può attrarre e coinvolgere: David Carson