Freschezza, ottimismo e asini che cascano.

8 min


Prima di iniziare vorremmo darvi un input, fondamentale per potersi fare un’idea generale:

Enzo Mari e la creatività

Certi risvegli non li si augura a nessuno.

Partiamo dal presupposto che chi vi scrive nella città in questione ci vive ormai da qualche annetto, e ha imparato ad amarla, con i suoi pro e i suoi contro.

Catania è un gran bella città, fatta di storia e tradizione, nonché inesauribile fucina di talenti negli ambiti più disparati e non ultimo quello del graphic design.
Ma c’è anche dell’altro.

Parlavamo di risvegli, appunto. Sì, perché proprio la mattina del 22 ottobre, così come ogni mattina, chi vi scrive ha aperto gli occhi, si è comodamente seduto sulla tazza del cesso e ha controllato la home di Facebook dal proprio smartphone ( nemmeno in ritorno al futuro si immaginavo un livello di tecnologia cosi avanzato!) e si è ritrovato davanti quello che pensava, o meglio sperava, fosse il classico troll di Lercio.it o chi per lui che ti allevia il risveglio delle carni dal torpore di una notte passata a smaltire i postumi della cena della sera prima.

Poi controlla la fonte: è la pagina ufficiale del comune di Catania…
Il post in questione è questo.

Leggendo quelle parole il cuore si paralizza per qualche secondo, l’aria non arriva più al cervello e quasi si spera in un embolo.
Poi l’organo involontario decide di funzionare di nuovo, il sangue torna a scorrere. Respiro profondo… e lì è partita una sequela di imprecazioni che non stiamo a descrivervi, ma che se il sindaco fosse stato a casa probabilmente avrebbe sentito forte e chiaro.

 

Ciò che è meno chiaro è che cosa avesse in testa in caro Primo Cittadino Enzo Bianco nel momento in cui si è fatto convincere ad avallare quella cacata di piccione dopo un’indigestione di Puffi.

La storia la sappiamo ormai tutti: Milko Vallone, direttore creativo e partner di una nota agenzia pubblicitaria del territorio etneo (e su questo punto ci torniamo dopo) propone questo brand che dovrebbe rilanciare la città come meta turistica nel mondo e di conseguenza rappresentarne i punti di forza ed invogliare i turisti a venire in massa a godere delle meraviglie che questo territorio offre. E fin qui nulla di strano, ed anzi sarebbe quasi da lodare.
“Oh! L’uomo giusto al momento giusto!” avrà pensato Livio Gigliuto, consulente per il Marketing Territoriale del comune di Catania, la cui capacità di discernere tra un buon progetto e una chiazza di vomito a terra dopo una nottata di bagordi in Piazza Teatro Massimo (sede della movida catanese) è messa seriamente in discussione. Mister White infine accetta, facendo preparare dei prototipi per il merchandising e organizzando una conferenza stampa in cui presentare il progetto.
E ripeto: fin qui nulla di strano, ed anzi sarebbe quasi da lodare.

Qui però casca l’asino, che a dirla tutta sono ben più di uno (I’ts raining donkeys!).

Innanzitutto partiamo dalle cose più facili (così ce le togliamo subito), ovvero il consenso popolare e le reazioni sui social.

Ormai lo sappiamo: se fai una cazzata aspettati il repentino rinculo da parte del web. E come volevasi dimostrare ecco che spuntano le elaborazioni fatte dagli utenti (e ovviamente RdG non poteva mancare con il suo album ) che si sbizzarriscono come api sul miele dando fondo a tutta la loro inventiva e ironia, commenti dei grafici della domenica e degli esperti del settore che, sia da un lato che dall’altro (e ognuno con le proprie motivazioni) definisce il marchio così:

È una cagata pazzesca!ovviamente.

Commenti su commenti, elaborazioni su elaborazioni.
Date un’occhiata su Facebook e nel mentre vi proponiamo la mia preferita (ed è anche l’unico modo plausibile):

Come creare il logo di CataniaA come Tutorial: Come creare il logo di Catania#quasipittoricoPosted by A come Catania on Venerdì 23 ottobre 2015

https://www.facebook.com/acomecatania/videos/435349833325453/?pnref=story

realizzato dalla pagina A come Catania, che ovviamente è nata immediatamente dopo il suddetto annuncio; ed è quasi paradossale che nella testa di tutti noi il processo creativo di quel coso rispecchi i deliri di How To Basic. Chissà quante uova avrà buttato sul computer…L’internet… che posto magico.
E nel giro di qualche giorno è diventato inevitabilmente un caso di livello nazionale, un po’ come successe per quello di Napoli, in cui almeno era stato indetto un bando (senza compenso alcuno, e anche su questo punto ci arriveremo) e per quell’occasione era intervenuta l’AIAP stessa, promuovendo una campagna di protesta virale in cui ci si metteva come immagine di profilo una X nera su fondo bianco.Ma adesso veniamo ad argomenti più tecnici e spinosi, e ci ricolleghiamo innanzitutto alla parola pubblicitario (poco fa l’abbiamo evidenziata ed è arrivato il momento di parlarne).Il graphic design è un mondo vasto, questo lo abbiamo capito un po’ tutti, e racchiude sotto questo grande insieme tutta una serie di figure professionali che declinano la materia a seconda delle proprie competenze: branding, advertising, web design eccetera eccetera eccetera…Sottolineo la parola competenze perché è il punto focale di tutto il discorso: il caro signor Vallone è, appunto, un grafico pubblicitario, e tralasciando il fatto che il suo nome sia stato al centro di discussioni relative alle sue campagne pubblicitarie di dubbio gusto, come quella della Zappalà di non molto tempo fa in cui campeggiava sui 6×3 della città un bel paio di zinne (visto che parliamo di latticini l’associazione di idee viene quasi spontanea), discutibile o meno resta pur sempre un pubblicitario, e ha quindi sviluppato competenze in quell’ambito, (o almeno si spera…avventurandosi sul suo profilo Facebook campeggia una foto di Max Huber intento a realizzare il marchio per La Rinascente che faceva quasi ben sperare).Il branding, e in particolare il city branding, è cosa ben diversa, proprio perché occorrono competenze specifiche, ben diverse da quelle che si applicano nel campo dell’advertising.

Parlando di city branding è noto a tutti che l’Italia in genere non abbia brillato negli ultimi anni, e basti pensare a quello di Firenze, a quello di Roma, al Lazio e alla Puglia, e potremmo andare avanti, ma non voglio ammorbarvi. Salerno non lo contiamo perché venne realizzato da un Vignelli non più in stato di grazia e Bologna per lo meno presentava un’idea dalle nostre parti innovativa, quella del branding dinamico. E se questi esempi già sarebbero pure troppi, quello di Catania è la ciliegina sulla torta (di sterco). Ora, senza voler sembrare saccenti e abbandonandosi al semplice buon senso, qual è la prerogativa base per poter realizzare un buon brand? Ovviamente conoscere il target, e realizzarlo con criterio, con metodo, applicando competenze specifiche. Invece qui che abbiamo? Uno scarabocchio colorato rappresentante una A che più che una lettera sembra una macchia di Rorschach o il risultato di un pomeriggio di disegni con i pennarelli di un bambino in overdose di merendine. Non c’è ricerca, non c’è studio, non c’è criterio. C’è solo tanto disagio. Ah! Ricordate il video che vi avevamo linkato all’inizio su Enzo Mari e la creatività? Ecco, è il momento di usarlo. Nello spiegare il nuovo marchio Vallone ha usato una parola che già da sola fa salire il crimine: creatività. Un progettista DEVE essere creativo, e questo è assodato (altrimenti si farebbe sempre la stessa paccottiglia omologata e allora che cazzo lavoreremmo a fare?), ma un conto è la creatività applicata ad un progetto grafico, ben altro conto è mascherare con quelle dieci lettere il nulla, citando Enzo Mari la merda appunto, perché di questo stiamo parlando. E sulla questione del lettering che a detta di Vallone vuole comunicare “freschezza e ottimismo” neanche ci dilunghiamo che è meglio, perché non comunica una beata minchia. Sulla questione del marchio donato non ci dilunghiamo: se uno crede fermamente negli ideali che vuole comunicare e si sente di voler aiutare in qualche modo la propria città ad emergere con una proposta di city branding e vuole darlo in dono alla propria città sinceramente non ci vediamo nulla di male. Anche il grandissimo Milton Glaser negli anni 70 realizzò l’iconico brand I Love New York donandolo alla città (sia perché credeva che lo avrebbero usato giusto per un paio di mesi, sia perché la città navigava in cattive acque e voleva dare il proprio contributo), ma in questo caso parliamo di un designer e artista con due coglioni così e che sa li fatto suo, e di fatto il suo brand funzionò talmente tanto che è tuttora vivissimo. E vogliamo essere ottimisti ed ingenuotti e dire che magari gli intenti positivi c’erano anche in questo caso e che realmente Vallone ci abbia messo cuore e anima nel proporre quest’idea di branding. Tuttavia, per chiudere il discorso, a noi torna alla mente la sfilza di fotomontaggi dell’Expo 2015, in cui un architetto era stato chiamato a produrre delle elaborazioni per dare un’idea di quel che sarebbero stati i vari padiglioni dell’Esposizione, e conosciamo tutti il risultato; gli avessero chiesto di progettare un padiglione e avessero lasciato questo compito ad un digital artist le cose sarebbero state ben diverse. Il discorso qui è pressoché uguale. E ritorna anche la questione delle competenze. Quindi, da buoni catanesi quel che ci sentiamo di consigliare al caro Milko è: si non è cosa to’, levicci manu. Ciò che fa più incazzare di tutta questa storia è che di gente capace di realizzare un city branding con i controcoglioni ci sta, e noi ne conosciamo tantissime tra colleghi e professionisti del settore, e nemmeno ci mettiamo a fare la carrellata di tutte le tesi e le proposte di branding che ci sono passate sotto gli occhi in questi anni, progetti fantastici ma soprattutto coerenti che se messi in pratica spaccherebbero davvero i culi. E invece a noi piace la merda, ne trangugiamo a “carrittiate” (trad: a palate ndA) perché chi ha l’ultima parola su questa tipologia di progetti ovviamente non ne capisce una beneamata minchia, e ci potrebbe anche stare (uno per fare il sindaco mica deve sapere come si realizza un marchio), però almeno chiedere a chi effettivamente ha le competenze per discernere tra ciò che funziona e ciò che invece è un fallimento annunciato… beh, non costerebbe nulla e si eviterebbero spiacevoli sorprese. Fortuna che siamo al Sud, e per quanto amiamo questa terra sappiamo bene che le cose o si fanno col cazzo o col cazzo che si fanno, e questa cosa ci fa ben sperare sulle sorti di questa vicenda, e quindi con ogni probabilità ‘sta cosa del city branding sarà l’ennesima cosa che poteva essere e non sarà (e se così fosse, per una volta, dovremmo chieder grazie del nostro modo di essere). Ma se malauguratamente venisse in mente a Mister White (no, non il caro Heisenberg… parliamo del Sindaco) di realizzare effettivamente una manovra commerciale su questa sgommata azzurrognola, sappia che le prospettive non saranno rosee. Spesso è più conveniente spendere per avere un prodotto che ti assicura un rientro, piuttosto che qualcosa gratis che può solo arrecarti danno. Ah! E se è vero quel che abbiamo letto in giro (perché le notizie del web vanno sempre prese con le pinze), ovvero che il caro Gigliuto ha affermato che “nel bene o nel male, basta che se ne parli” corrisponde al vero… beh, allora me cojioni! E per concludere la semplice e unica domanda che per onor di cronaca va fatta: amici e colleghi catanesi, voi vi sentite rappresentati da questo brand?
E per concludere la semplice e unica domanda che per onor di cronaca va fatta: amici e colleghi catanesi, voi vi sentite rappresentati da questo brand?


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Enzo Triolo

Visual designer, illustratore e allevatore di mostri.