Bruno Munari: l’implacabile ragionatore per assurdo.


Bruno Munari, designer, artista, progettista, scrittore e pedagogo, fu definito da Pablo Picasso il nuovo Leonardo. Un artista totale e completo in grado di sviluppare il suo particolare approccio in vari aspetti della conoscenza.
Nato nel 1907 a Milano, partecipa fin da giovanissimo al movimento futurista. Per Munari infatti, l’arte avrà un ruolo fondamentale nel suo percorso formativo, nella sua produzione artistica e nei suoi progetti di comunicazione visiva. Lavori come Le macchine inutili del 1933, I libri illeggibili degli anni Cinquanta, Le forchette parlanti del 1958, sono frutto della continua volontà dell’autore di “imparare” e “migliorare” secondo un processo creativo che prevede l’acquisizione di informazioni dal mondo esterno ed una successiva rielaborazione delle stesse: una metodologia ludica ed ironica applicata all’arte e al design, sintetizzabile nel cosiddetto “Metodo Munari”.
Negli anni Quaranta, ispirato probabilmente dalle teorie della Gestalt, realizza un nuovo carattere tipografico sperimentale: un carattere con parti mancati basato sull’idea di ipersemplificazione e sulla correzione ottica nel completamento delle lettere.


Negli anni Sessanta Munari inizierà a sviluppare un particolare interesse verso la cultura orientale, una passione confermata dai numerosi viaggi in Giappone. È in questo modo che scoprirà una particolare affinità verso la tradizione nipponica e lo spirito zen. Munari, in un’intervista rilasciata per Frigidaire nel 1987, afferma infatti: “L’individuo vale per quello che dà alla collettività e non per quello che prende”. Un’affermazione che induce ad una riflessione di largo respiro sulla responsabilità del designer nella nuova società di massa affermatasi nel secondo dopo guerra e nel successivo boom economico. Il designer deve quindi lasciarsi alle spalle le ambizioni individualistiche per mettere il proprio talento al servizio della collettività.
L’approccio alle arti visive viene inoltre spiegato dallo stesso autore in un pamphlet ironico del 1971 intitolato “Artista e designer” (una differenza spiegata anche nelle lezioni veneziane del 1992, in cui Munari pone l’esempio della campagna pubblicitaria Fiat realizzata da De Chirico: una macchina molle in cui era riconoscibile lo stile dell’artista e non del brand). Per Munari infatti, un buon designer deve avere la capacità di realizzare uno stile differente per ogni brand in cui è riconoscibile il prodotto e non la firma artistica che lo ha sviluppato.
È proprio nelle lezioni veneziane che Munari spiega per punti tutta la sua carriera e le soluzioni sperimentali che lo hanno accompagnato nel corso del XX secolo. Uno dei lavori più importanti di Munari, e forse anche uno dei più famosi, il “posacenere cubico”, viene infatti riletto come oggetto nato dall’idea di ricerca sulle forme. Queste ultime vengono considerate non solo come soluzione funzionale, ma come espressione della cultura di un’epoca e di una società: un’idea che trova fondamento in tutti i lavori dell’artista.
Nel 1964, in collaborazione con Bob Noorda (con il quale lavorerà anche al marchio e all’immagine coordinata della Regione Lombardia), Munari realizza il manifesto pubblicitario della Campari per la linea M1 della metropolitana di Milano. Il manifesto nasce come opera site specific: doveva infatti essere letto anche se intravisto parzialmente poiché coperto da un gruppo di persone o dal treno in corsa. Si trattava infatti di: “Un’opera grafica dalle dimensioni illimitate, sia in lunghezza che in altezza; un manifesto stampato in un unico formato, ma tale che dalla combinazione dei singoli elementi nascesse un multiplo infinito”. Dunque, un’idea di continuità leggibile non solo nella reiterazione visiva della parola Campari, ma una continuità legata alla storia del brand ottenuta grazie alla ripresa dei diversi caratteri tipografici utilizzati antecedentemente nei manifesti Campari da altri grandi nomi come Dudovich, Cappiello, Depero. Ancora una volta l’opera di Munari nasce dalle sue sperimentazioni artistiche rapportate alla nuova società urbana e alle sue nuove necessità. Oggi il manifesto si trova esposto al MoMa di New York e alla Galleria Campari.


Altra tappa importante nella vita dell’autore è legata alla produzione editoriale che si estende dal 1929 al 1998. Si tratta di una produzione che comprende saggi, manuali, libri per bambini, libri opuscolo pubblicitari ma anche importanti lavori di grafica per diverse collane Einaudi: ricordiamo ad esempio il quadrato rosso per Nuovo Politecnico, il quadrato blu per Paperback, i tre quadrati per Piccola Biblioteca e la banda nera per Centopagine realizzata per Calvino.
Nel 1997, pochi mesi prima di morire, vince il Compasso d’Oro alla carriera: onorificenza che corona un percorso innovativo e rivoluzionario nella storia del design.

M&M Michele e Martina

Michele isn’t a Superhero, but every night turn himself into a Designer. Instead, Martina is a digital museum addicted.

Bruno Munari: l’implacabile ragionatore per assurdo.