EDITORIALE: Che pasticcio Lorenzin!


“Chiediamo aiuto ai creativi. A titolo gratuito, visto che anche noi dobbiamo far quadrare i conti”

La sera dello scorso 23 Settembre, duranate il talk all’interno della trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli Gruber, il Ministro Beatrice Lorenzin ha pronunciato queste parole.
Il suo intento era quello di  spiegare l’ultimo imbarazzante episodio relativo al FertilityDay, poiché è più facile legittimare anziché ammettere un errore.

Se abitate sulla luna o non avete avuto accesso a nessun social network nelle ultime 24 ore, potreste domandarvi di cosa stiamo parlando.
Andiamo per ordine: la campagna del Ministero della Salute per il FertilityDay, è stato il primo duro colpo allo stomaco di chiunque abbia studiato per diventare un comunicatore.
Il format e il registro utilizzati sono totalmente sbagliati: da una parte è come quando un genitore cerca di parlare “ggiovane“, dall’altra addirittura peggio a causa del tono accusatorio. Insomma, un esempio da manuale di come NON si dovrebbe comunicare su un tema delicato e personale come la salute sessuale.
Ma se il danno si fosse fermato qui, sarebbe stata ben poca cosa, rispetto a quello che è stato fatto poi: l’opuscolo della discordia con la copertina
jamesbondlorenzindai toni razzisti.
E anche se volessimo chiudere un occhio sul fatto che sia razzista (facciamolo come esperimento), ecco che comunque il messaggio che ne vien fuori è del tutto forviante e non ha comunque nulla a che fare col suo contenuto, cioè un manualetto di buona educazione sessuale.

Ma è qui che casca l’asino: anziché ammettere un errore palese nella comunicazione fatta, si cerca l’arrampicata sugli specchi, attraverso un lungo e prolisso video, dal quale emerge che la copertina tanto chiacchierata sia un falso postprodtto ad hoc:

“La locandina uscita non era quella che io ho controllato e questo è evidente mettendo a confronto le due immagini” – “Con il “plixxetato” c’erano grandi differenze” (NDD: ma qualcuno sano di mente darebbe mai l’approvazione a pubblicare un foto completante pixellata?) “La campagna non era una campagna. È stato un grandissimo errore dell’ufficio comunicazione, ed e stata fatta a mia insaputa!”

Probabilmente il ministro non è conoscenza del fatto di essere responsabile dell’operato di tutta la struttura che ha il DOVERE di dirigere al meglio; lei stessa era tenuta a sapere, poiché un file non va in stampa se prima non vidimato nella sua versione ciano, e quella, una volta approvata non si cambia per nessuna ragione al mondo. Per concludere in bellezza il pasticcio mediatico, la frase pronunciata durante la trasmissione di La7, per cercare di riparare (a suo modo) agli effetti collaterali della discussa campagna di comunicazione del ministero. Uno scivolone dopo l’altro, che fa insorgere non solo un non meglio identificato “popolo del web”, ma una categoria di professionisti ben precisi: i CREATIVI.

Ora, il termine creativo in realtà non è che ci piaccia poi molto, ma non ci soffermiamo su questo, diciamo semplicemente che tutti coloro che lavorano nel settore della comunicazione come professionisti, che siano questi designer o copy o art director, non l’hanno proprio mandata giù questa cosa.
E a ragion veduta.
Noi di RDG, che praticamente viviamo per quello che facciamo, eravamo li davanti alla tv increduli e, nel mentre, cercavamo di confrontarci per realizzare di aver inteso bene.
A quel punto iniziano a giungere le prime segnalazioni: MA ALLORA NON È UNO SCHERZO!

Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire: DA DOVE NASCE QUESTA CAMPAGNA?

Il Ministero della Salute, nella persona di Beatrice Lorenzin, nel dicembre 2015 indice un bando per l’assegnazione di una campagna di comunicazione istituzionale sul tema della fertilità (bando che trovate qui: http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_4_1.jsp?lingua=italiano&id=125).
Sorvolando sulle tempistiche, di fatto il bando viene vinto dall’agenzia MEDIATICAMENTE, che dovrebbe avere a disposizione un bel gruzzoletto: 113 mila euro, dei quali si è persa traccia.
Uno dei soci di suddetta agenzia, rilascerà poi delle dichiarazioni affermando di aver vinto, invece, un bando da 28mila euro per la campagna digital (quella con la clessidra, per intenderci) e la realizzazione di quattro eventi. Dichiarazioni che però non trovano riscontro, ma proseguiamo.
Ad un certo punto subentra ANCICOMUNICARE che, senza alcun bando ma con incarico diretto, si vede accreditare 38.500 euro sempre per FERTILITYDAY.
Arriviamo quindi a settembre e ai tanto discussi opuscoli poi ritirati perché tacciati di razzismo: questa volta il tutto è fatto in casa. Già, è stato realizzato tutto all’interno del ministero, non si sa da chi. Si sa solo che, la sera stessa in cui gli opuscoli hanno iniziato a girare, la dirigente responsabile della comunicazione del ministero, un avvocato, viene immediatamente trombata. Il suo badge non è più valido.

Il popolo del web che vuole le mie dimissioni è lo stesso che chiedeva il mio supporto a stamina” – dice la Lorenzin a Lilli Gruber.
Quindi, il popolo del web un ministro non lo smuove, ma un dirigente si. Forse ‘sto popolo del web qualche potere ce l’ha, ma non abbastanza.

Ma, ci chiediamo, questo opuscolo era davvero così tanto brutto e razzista da creare tutto questo pandemonio?
Si…e no.

Il problema fondamentale che ha fatto venir fuori dalle orbite gli occhi di tutti quegli INVISIBILI che ogni giorno (e notte) lavorano nel settore della comunicazione, non è stato di per sé l’esistenza stessa di questo tanto discusso opuscolo, o meglio.. non solo!
Il problema affonda le sue radici in qualcosa di più radicato. In un modo di pensare e di fare tutto italiano che riconosce il mestiere della comunicazione come un NON-LAVORO, un qualcosa per il quale un ministro può sentirsi in diritto di chiedere di impegnarsi A TITOLO GRATUITO in diretta tv.

Scusi Ministro Lorenzin, la domanda sorge spontanea: ma lei lavora gratis?

Comprendiamo come al ministero ci sia la necessità di far quadrare i conti, dopotutto non misuriamo più nulla in termini di qualità, bensì in performance e risparmio; ma allora facciamo in modo che anche noi abbiamo la possibilità di tagliare spese superflue. Se i creativi possono contribuire gratuitamente, allora dovrebbero farlo anche tanti altri non-professionisti di altrettanti non-mestieri.
Quello del politico, ad esempio, non è un mestiere, ma più un impegno volontario per la comunità. Dunque, perché percepire stipendio dalle tasse di quei creativi (tra gli altri) a cui viene chiesto di contribuire a titolo gratuito? Possibile che ancora oggi, nel 2016, non ci sia un delineamento netto del settore della comunicazione e delle figure professionali operanti al suo interno?
Cosa siamo noi, NULLA?
Ve lo diciamo noi cosa siamo: siamo la forza-lavoro di questo paese e del quale, nonostante tutto, portiamo alto il nome.
Basterebbe poco per ricambiare il nostro impegno: il riconoscimento della nostra posizione di lavoratori, la dignità di identificare quello che facciamo come un mestiere ed il giusto merito per il ruolo ricoperto. La professionalità dei creativi va riconosciuta economicamente, e il perché è evidente dalla tempesta di questi giorni, risultanza dell’assenza di un PROFESSIONISTA DELLA COMUNICAZIONE. Il solo pensare che per creare delle idee non si richiedano degli sforzi  fisici, deve finire. Questo malcostume trova riscontri solo da noi, principalmente perché dapprima le istituzioni pensano di poter approfittare del grafico o della startup di turno. In altri paesi la creatività e la progettazione ricevono la giusta importanza e la giusta remunerazione, perché la professionalità e la competenza hanno un valore economico, non solo per chi esercita la professione, ma per l’intero paese. Non ci pago il mutuo con la visibilità e di certo non ci cresco un figlio.
Se pensa che questo sia il valore del nostro lavoro, capisco il perché sia venuta fuori una campagna così sbagliata, un fallimento totale da ogni punto di vista.

Ed il fatto che sia un fallimento lo dice lei stessa, ammettendo che effettivamente la fertilità non è il tema centrale.
Ma allora di cosa stiamo parlando? Sono stati spesi tempo e denaro senza ancora aver centrato quanto meno l’obiettivo principale?

Che mi si stia chiedendo di cambiare il naming della campagna (che di riflesso generare un intero nuovo comparto grafico) o coordinare tutto il lavoro, non cambia la GRAVITÀ di quello che sta avvenendo. Mentre vedo andare in fumo centotredici mila euro con cui, per quanto ne so, possono essere stati utilizzati come combustibile per riscaldarsi nei gironi freddi al ministero, ci stanno chiedendo di lavorare gratis, rigirando poi il coltello nella piaga, affermando che già vi sono dei compassionevoli  creativi che stanno lavorando gratuitamente!
Dopo un primo ed immediato impulso di pena che provo nei loro confronti, mi domando : ma chi sono? Quali competenze hanno maturato? Sanno veramente comunicare? Sanno come funziona il mondo o sono appena usciti da qualche scuoletta dove ti dicono che sei il genio creativo solo perché hai studiato li?
Il fatto è che, per lavorare in un campo  del genere, servono delle certificazioni e delle competenze specifiche e ben precise. Abbiamo bisogno di una forte regolamentazione che non faccia mettere in dubbio che chi ricopre un ruolo di comunicatore non sia un totale incompetente, che lo faccia sia gratis che a pagamento. Mettiamo caso che io domani voglia presentarmi al polo ospedaliero ed iniziare ad operare a titolo gratuito, ciò fa di me un chirurgo? Ne dubito fortemente.

Ideare un naming è un lavoro di comunicazione e, come qualsiasi lavoro, deve essere pagato.
È gravissimo che un ministro chieda un lavoro gratuito, inaccettabile se poi lo fa per rimediare ai suoi errori di gestione della comunicazione. Dimostra di non saper assumersi le proprie  responsabilità: né quando ha scelto dei dilettanti per realizzare la prima campagna del fertility day, né dopo, quando l’ha fatta rifare, l’ha approvata e ha poi scaricato tutta la colpa dell’insuccesso sulla responsabile della comunicazione, licenziandola in tronco, né tanto meno ora dove, dopo l’infelice uscita di farli lavorare la gente gratis, prova a parare le critiche dicendo di volerci spendere qualche soldo in più sulla campagna (oltre ai centotredici mila euro già spesi – è bene ricordarlo) attraverso la messa in opera di un nuovo bando, che è un po’ come lanciare la pietra per poi nasconderne la mano.

E se qualcuno pensi che qui stiamo montando un caso eclatante, solo perché un ministro alla guida di uno dei più importanti organi di controllo della salute degli italiani, atta a contrastare malattie ed epidemie, dopo aver speso soldi pubblici dati dai nostri contributi, tempo, e salari dei dipendenti pubblici, scherzosamente (?) chiede di lavorare gratuitamente per poi dichiarare di voler indire un bando (e spenderci qualche soldo in più – cit.) allora, non so più di cosa dovrei indignarmi.

Quanto accaduto nel caso fertilityday, classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, è ciò che ormai è diventato un consueto malcostume delle persone al potere di questo paese: decidono di affidare i lavori su una base di risparmio di denaro per aumentarne il profitto interno, senza valutare le qualifiche e le competenze acquisiste indotte e richieste per lavori di comunicazione!

Se tutto questo esiste, non è a causa del fertilityday, caro ministro.
Se tutto ciò esiste è perché le istituzioni sono sorde e ignorano l’attualità che le circonda. Il paese è cambiato, il mondo del lavoro è cambiato. Quando cambierà il punto di vista nei nostri confronti?
Noi siamo qui, esistiamo e non abbiamo bisogno di pagamenti in visibilità per farci notare. L’indirizzo delle nostre case e i nostri nomi li conoscete bene, le nostre tasse le ricevete puntuali. Perché allora non alzare lo sguardo e prendere coscienza del fatto che in Italia ci sono migliaia di professionisti che LAVORANO NEL SETTORE DELLA COMUNICAZIONE?

Ministro noi siamo qua.

Ci ascolti.

Ci guardi.

Siamo professionisti.

L’editoriale di questo mese è la posizione ufficiale di Roba da Grafici in merito ai recenti accadimenti sulle campagne istituzionali, facendo da eco a tutti quei creativi che non lavorano a titolo gratuito e che qui trovano spazio per confrontarsi e crescere. Questo editoriale è stato scritto in collaborazione con tutti i membri dello staff di robadagrafici.net che vi hanno voluto partecipare e che io, come editore, ringrazio per il loro apporto alla causa. Un grazie particolare a Loredana Guercia per aver coordinato questo articolo.

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Lombardo Marco
Ceo & art director dello studio salerinitano Wiredlayer nonche amministratore e direttore di robadagarafici.net Art Director, Social Media Manager, Team manager, Si occupa di grafica e comunicazione da 15 anni. admin di robadagrafici.net e relativa pagina facebook. Ha iniziato come Web designer e la propria esperienza professionale si è evoluta nel tempo fino alla visione completa dei progetti, occupandosi della definizione delle strategie di web marketing e della gestione dei budget, oltre che dal punto di vista grafico di ogni singolo progetto. Ideazione e sviluppo progetti di: comunicazione visiva cross-publishing, web marketing, Gestione diretta del cliente. Formazione/Organizzazione di Team di lavoro (Web, Social Media) marcolombardo@wiredlayer.com info@robadagrafici.net

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